Panathlon International Club di Terni

Relazione Carlo Alberto Magi in occasione dell’Assemblea Distrettuale del 6° Distretto del 1° Aprile 2001, svoltasi a Terni.

"I CINQUANT’ANNI DEL PANATHLON VISTI DA UN PANATHLETA"

Ho accettato molto volentieri l’invito rivoltomi da Anna Maria Bonari per parlare dei cinquant’anni del Panathlon International, che saranno solennemente celebrati a Venezia. Questa mia narrazione però, non vuole essere la storia di questi cinquant’anni, e ciò per non rischiare di ripetermi avendo già scritto quella dei quarant’anni. Vuole essere invece una disamina critica di quello che è avvenuto in questi cinquant’anni, un esame attento e mi auguro obiettivo di quelli che sono stati gli avvenimenti e gli eventi più importanti che si sono succeduti in questo mezzo secolo di vita. Da qui il titolo “I cinquant’anni del Panathlon visti da un panathleta”, titolo concordato con la stessa governatrice.

Potrà darsi il caso che qualcuno non concorderà con i miei giudizi e con le mie personali interpretazioni dei fatti; una discussione a questo riguardo potrebbe essere oltremodo interessante e produttiva al fine di accertare la verità. Rimane però inequivocabile il fatto che le mie opinioni sono il frutto di uno studio approfondito su documenti e su vecchie carte, su informazioni che oltre dieci anni fa riuscii a ottenere dai pochi superstiti di quell’ormai lontano 1951 e da un’esperienza diretta, avendo vissuto il Panathlon in prima persona per lunghi anni come presidente di club, come governatore e come consigliere centrale.

E vengo al tema.

Ho suddiviso questi cinquant’anni in quattro epoche, in quattro spazi di tempo ciascuno dei quali ha avuto caratteristiche diverse pur se tutti convergenti a un unico fine: quello di migliorare e di fare grande il Panathlon. In sostanza, ho fatto riferimento ai presidenti che hanno guidato il Panathlon in quei periodi, ne ho studiato la personalità, il carattere, cercando di capire come queste qualità possano avere distinto i periodi della loro gestione.

La prima epoca si riferisce, ovviamente, alla nascita e all’organizzazione del Panathlon con la presidenza Viali.

E’ vero che fu Mario Viali a lanciare l’idea e tutti dobbiamo essergliene grati, ma è altrettanto vero che fu Domenico Chiesa colui che, raccolta l’idea allo stato latente, l’affinò, la elaborò e la rese operativa. Il lavoro che fece Chiesa fu di una difficoltà enorme. Doveva giornalmente combattere con il carattere vulcanico, confusionario e talvolta anche arrogante di Viali, che voleva tutto e subito. Chiesa elaborò un primo statuto e si adoperò in mille modi per tenere a freno l’esuberanza di Viali, che anche nelle prime riunioni dei soci fondatori non accettava mai che qualcuno contraddicesse le sue idee e le sue proposte. E il povero Domenico doveva far buon viso alle sue stravaganze, agendo diplomaticamente per non urtarlo più del dovuto. Finché un giorno perse la pazienza. Si discuteva sul nome da dare all’associazione appena nata e le idee in proposito erano molto discordi. Quando Viali uscì con il suo famoso “Disnar sport”, Chiesa lo redarguì severamente. “Tu che pretendi di rendere internazionale questo nostro club – gli disse – con questo nome non arriveremo neppure a Mestre”. Ma poi le cose si calmarono, perché Viali si arrese di fronte alla felice intuizione del conte Foscari, che coniò i due termini greci richiamandosi ai fasti di Olimpia e offrendo così alla neonata associazione il suono di una nobiltà storica e il vantaggio dell’internazionalità. Al termine “Panathlon” si aggiunse poi, sempre per merito del conte Foscari, il motto latino che completò il significato e lo scopo del club.

Onore e riconoscenza quindi al fondatore, ma un profondo ringraziamento e tanta gratitudine a Domenico Chiesa, coordinatore instancabile di tante idee, felice assemblatore delle proposte più valide che formarono l’ossatura della nascente associazione, oltre che grande e competente organizzatore dei primi club nati in Italia, la costituzione dei quali fu facilitata dai buoni rapporti nell’ambito della Federazione Italiana Gioco Calcio.

La se pur breve presidenza Viali assume, come è facilmente intuibile, rilevanza sostanziale ai fini del nostro racconto. Siamo nella fase di costruzione del Panathlon; occorre darsi un assetto, delle regole precise che siano credibili e funzionali soprattutto per le attività che dovranno svolgere i club; occorre in sostanza concretizzare quelle idee e renderle operative. Un lavoro difficile e delicato che impegnò i padri fondatori in lunghe ed estenuanti riunioni dalle quali doveva nascere il futuro della nuova associazione. Oggi, dopo cinquant’anni, possiamo dare atto a quegli uomini coraggiosi di quanto prezioso sia stato il loro lavoro e il loro impegno, di quanta energia abbiano infuso in quelle fondamenta che hanno retto agli urti talvolta violenti e che ancor oggi sostengono brillantemente un’organizzazione e un’attività divenuta ormai di livello mondiale.

Il secondo spazio che ho definito “La crescita e l’espansione” si riferisce alla presidenza di Aldo Mairano.

Mairano fu eletto presidente nell’assemblea di Sirmione del 6 aprile 1957. Imprenditore del settore dolciario e grande uomo di sport (era stato tra l’altro presidente del Genoa Calcio negli anni 1941-42 e presidente della Federazione Italiana Pallacanestro nel 1946), Mairano pose a disposizione del Panathlon tutte le sue qualità di manager e il suo pragmatismo, che consentirono in maniera determinante di fare lievitare la dimensione del Panathlon. Sfruttò tutte le sue conoscenze per creare una spessa rete di informazioni per la diffusione dell’ideale panathletico. Arrivò persino a trascurare i suoi interessi pur di non venir meno all’intenso programma che si era imposto. Fu definito “il presidente viaggiante”, dato che in un solo viaggio percorse oltre 5.000 chilometri per tenere a battesimo i nuovi club o per visitare quelli che si erano costituiti nell’arco della sua presidenza. Circa 70 club erano sorti in quel periodo, ma Mairano non era ancora soddisfatto. Voleva dimostrare sia a Viali che a Chiesa che sedevano al tavolo del suo Consiglio Centrale, che poteva fare molto di più. Aveva come sua visione primaria ciò che Viali aveva detto al momento della costituzione del primo club di Venezia: “Subito in Italia e presto in Europa e nel mondo”. E Mairano voleva assolutamente portare il Panathlon in Europa. A questo scopo, aveva incaricato alcuni consiglieri che avevano interessi personali all’estero di cercare utili contatti in quei Paesi per tentare la costituzione di club oltre confine. Mairano aveva fretta e non ascoltava chi gli consigliava prudenza. Non appena gli giunsero notizie da Parigi, Madrid e Barcellona, non perse tempo. Con i due club svizzeri di Lugano e Losanna già costituiti e operativi, e con quelli che lui credeva costituiti di Parigi, Barcellona e Madrid, il 14 maggio 1960, con una cerimonia svoltasi nell’Aula Foscoliana dell’Università di Pavia, il Panathlon italiano divenne “internazionale”. Ma quanta verità ci fu in quell’operazione? Lo domandai a Mairano in un’intervista che mi concesse pochi mesi prima della sua morte, la cui registrazione tengo gelosamente conservata. Furono parole molto tristi le sue, e molto dure nei confronti di coloro di cui si era fidato ciecamente, parole dure che mi sorpresero, conoscendo il suo carattere mite, disponibile e generoso, ma che giustificai trovandole colme di una delusione che l’aveva colpito profondamente e che forse per la prima volta l’aveva fatto dubitare della buona fede di qualcuno che gli era stato vicino.

Quei tre club che avevano costituito l’ossatura dell’internazionalità non erano neppure nati e questo forse rappresentò l’unico punto negativo della sua lunga e travagliata presidenza (il club di Barcellona si costituirà il 1.o marzo 1964, quello di Parigi il 3 ottobre 1983 e quello di Madrid deve ancora nascere).

Dopo aver assistito con grande gioia e soddisfazione all’espansione del Panathlon nell’America Latina, il che affievolì la precedente delusione, ritira la propria candidatura all’assemblea elettiva di Perugia del 1968 e passa il testimone al conte Saverio Giulini.

Che cosa ha lasciato in eredità questo grande uomo a noi che abbiamo ancora la fortuna di vivere e di operare nel Panathlon? Un grande esempio di dedizione, di lavoro, di serietà e di coerenza nei confronti di quel messaggio che, partito da Venezia, stava espandendosi a macchia d’olio in Europa e nel Sud America. Un esempio che noi abbiamo il dovere di perpetuare per non venir meno ai doveri che ci siano assunti nel momento in cui abbiamo aderito a questo nostro grande, meraviglioso movimento.

Il terzo periodo che ho creduto determinante per la storia che intendo raccontare è quello che si riferisce alla presidenza di Paolo Cappabianca, periodo che definirei “il consolidamento del Panathlon e i nuovi rapporti con le istituzioni”.

Cappabianca, nota figura di sportivo nell’ambiente nautico napoletano (era stato tra l’altro componente di giuria alle Olimpiadi della vela di Roma 1960) fu eletto alla presidenza nell’assemblea di Viterbo del 12 giugno 1977 e con lui per il Panathlon si aprirono nuove prospettive che si rivelarono, negli anni a venire, determinanti.

Tre furono le direttrici sulle quali Cappabianca impostò il suo programma. Il primo indirizzo, da qualcuno considerato addirittura rivoluzionario, fu quello di aprire ai politici e alle istituzioni nei confronti dei quali, fino a quel momento, il Panathlon si era rivolto con cautela e con timore. “Un colloquio con i politici – affermò nella prima riunione di Consiglio – diviene oggi necessario e indispensabile. Il Panathlon non può rimanere in un limbo dorato in attesa di essere chiamato a impegni importanti, ma deve invece proporsi per quegli impegni al fine di porre a disposizione del mondo dello sport la propria cultura, le proprie esperienze e la propria volontà di collaborare”.

Il secondo argomento che volle affrontare con urgenza fu quello di riavvicinarsi al C.O. e di stringere con detto Comitato rapporti più intensi. Da buon napoletano, capì che talvolta instaurare relazioni personali può essere molto più producente che non seguire procedure ufficiali e burocratiche e l’assegnazione dei “Flambeaux d’oro” a lord Killanin e a J.A. Samaranch (rispettivamente presidente e vicepresidente del CIO) del 1976 fu un atto di grande strategia politica, perché cementò un’amicizia che durerà negli anni a venire.

Infine la terza felicissima intuizione: l’istituzione del “Tema dell’anno”. Seguendo con attenzione le vicende che lo sport in quegli anni stava attraversando, si assegnava ai club un tema da trattare nelle loro conviviali. I resoconti forniti dai club venivano elaborati e portati alla discussione nell’annuale assemblea dei soci. Nacquero così importanti dibattiti su argomenti di grande attualità: il futuro delle Olimpiadi (Napoli 1978), la violenza nello sport (Firenze 1979), il fair-play (Sanremo 1980), sport e famiglia (Losanna 1981), lo sponsor nello sport (Montecatini 1984) e altri ancora che hanno confermato il realismo, l’attualità e la concretezza della presidenza Cappabianca che ha sempre anticipato i grandi temi, le cui conclusioni hanno portato all’attenzione della società sportiva i pericoli incombenti sullo sport ancora oggi purtroppo irrisolti.

L’anno 1987 fu un anno triste per il Panathlon. Cappabianca cominciò ad accusare gli effetti di una terribile malattia e dovette rallentare sensibilmente la sua incessante attività. Non si mosse quasi più da Napoli e tra l’altro dovette rinunciare a guidare oltre 500 panathleti alla prima convention in America Latina. Commettendo forse una leggerezza peraltro giustificata dalle sue precarie condizioni di salute, aveva lasciato il Panathlon e tutta la sua complessa organizzazione nelle mani di una sola persona: Giorgio Bazzali, a quel tempo segretario generale, un tecnico sicuramente di grande esperienza ma che forse aveva ecceduto nel considerare il Panathlon una sua esclusiva, personale creatura e gli effetti di tale equivoco si faranno purtroppo sentire in termini negativi nel successivo periodo di legislatura e nelle operazioni elettorali susseguenti.

Cappabianca muore l’11 luglio 1988 lasciando un grande vuoto nel mondo panathletico. Era stato un uomo di grande umanità e di gran cuore. Mi onorava di una fraterna amicizia e di grande stima, che ricambiavo con affetto. Prima di partire per la convention in Sud America, alla quale, come detto, non poté partecipare, mi telefonò e mi disse: “Carlalbe’ (mi chiamava così con gergo simpaticamente napoletano) viene con voi Antonio Spallino, il grande schermidore, che potrebbe divenire il mio successore. Stagli vicino e riferiscimi le tue impressioni”. Mi aveva dato un incarico di grande delicatezza e responsabilità. Al mio ritorno lo rassicurai: “Paolo – gli dissi – abbiamo trovato un grande presidente”. E lui ne fu felice.

Di questi rapporti che ho avuto con Cappabianca non potrò mai dimenticarmi, così come tutto il nostro movimento non potrà mai dimenticare i suoi undici anni di presidenza che rimarranno di esempio agli attuali e ai futuri panathleti.

E giungo così a parlare della quarta e ultima colonna portante, dell’ultimo pilastro che completa la valida base che sostiene cinquant’anni di storia della nostra associazione: la presidenza di Antonio Spallino.

Spallino fu eletto presidente nell’assemblea di Rapallo del 1.o giugno 1988. In quella stessa tornata elettorale, ebbi la fortuna di essere eletto consigliere centrale e conseguentemente il privilegio di lavorare per quattro anni con lui. Fin dalla prima seduta di Consiglio, si avvertì subito che qualcosa stava cambiando; ci rendemmo conto che eravamo giunti a quella che nella mia “Storia dei quarant’anni” avevo definito “il giro di boa”.

Per evitare di esprimere considerazioni e giudizi che potrebbero apparire autocelebrativi dal momento che io stesso partecipavo ai lavori di quel Consiglio, citerò soltanto alcuni dei tanti provvedimenti innovativi che Spallino apportò alla gestione del Panathlon.

Il primo atto di cui ci dovemmo occupare fu il “Rapporto del presidente”, un voluminoso dossier con il quale Spallino, ripartendo dalle origini del Panathlon, ne aveva studiato la struttura associativa, indagando in profondità sul suo passato al fine di proporre un’analisi sull’azione che il Panathlon stesso avrebbe dovuto svolgere. A tal fine, il documento terminava con un lungo elenco di domande rivolte ai club, le cui risposte sarebbero servite al Consiglio per l’impostazione dei programmi futuri. Fu un vero e proprio esempio di “rivoluzione culturale”, come qualcuno la definì perché, per la prima volta nella storia dell’associazione, furono coinvolti primariamente i club a collaborare e a fornire gli indirizzi per i futuri programmi da attuare. Da tale indagine era chiaramente emersa, tra l’altro, la volontà di pubblicare una “Storia del Panathlon”. E ciò coincise con quella che era stata fin dal primo momento l’idea fissa di Spallino. “Qualsiasi organismo è mutilato se non possiede o non custodisce la memoria delle proprie origini” aveva detto fin dall’inizio, concetto che chiarirà più ampiamente nella prefazione al volume “Quarant’anni nello sport” che richiamo per evitare inutili ripetizioni.

Da questa rivoluzione culturale parte il programma di Spallino, che si sviluppa attraverso un percorso complesso, talvolta difficile, spesso irto di contrasti (che non sempre venivano dall’esterno) che Spallino riesce a superare con grande signorilità e intelligenza. Importanti le innovazioni apportate anche nel campo amministrativo: l’istituzione nelle sedute di Consiglio centrale e di Consiglio di presidenza della traduzione simultanea, onde evitare le incomprensioni linguistiche dei componenti non italiani; la registrazione completa delle discussioni sugli argomenti all’ordine del giorno e la loro sintesi su specifiche “deliberazioni” (documenti tipici di un’esperienza di amministratore pubblico) per facilitare la stesura dei verbali. E infine l’attività vera e propria del Panathlon: dall’assemblea di Monaco di Baviera per lo sviluppo dell’ideale panathletico in terra tedesca, alla convention di Barcellona (1989) che cementò l’amicizia con Samaranch, all’assemblea di Parigi (1990) che per la prima volta riunì tutte le proprie forze in Francia, alla celebrazione fastosa in Palazzo Ducale a Venezia del quarantennale del Panathlon.

Il suo secondo quadriennio (al quale era stato confermato a stragrande maggioranza dall’assemblea di Bologna) inizia con una radicale redistribuzione degli incarichi all’interno della Segreteria e della Tesoreria e prosegue all’insegna di un più approfondito esame di quelli che sono i pericoli che sta attraversando lo sport in materia di violenza, fair-play, doping e delle ripercussioni che tali guasti possono avere sui giovani. Nascono così le assemblee di Avignone (1995), di Vienna (1997) e di Palermo (1999) (anche se queste ultime due si sono svolte sotto la presidenza Adorni, hanno risentito di un’atmosfera decisamente spalliniana), che hanno lasciato un segno profondo nella società sportiva e che hanno rivalutato il Panathlon sotto il profilo culturale, che è poi quello che Spallino intendeva ottenere.

Senza venir meno all’impegno assunto inteso a evitare autocelebrazioni, devo necessariamente porre in rilievo alcuni aspetti essenziali della presidenza Spallino. Con lui il Panathlon si è vestito del suo abito migliore, per offrirsi alla società sportiva come garante dei valori olimpici e con l’intento di porsi con umiltà al servizio di coloro che lo sport lo praticano e di coloro che lo amministrano, fornendo un bagaglio culturale di notevole spessore tale da incidere profondamente su tutte le vicende sportive. Spallino ha lanciato un messaggio di altissimo valore etico: soltanto chi lo ascolterà e lo farà proprio potrà riuscire a emergere dalle pastoie che invischiano lo sport; soltanto chi sarà capace di guardare indietro e di riscrivere la propria storia, come sosteneva G. Orwell, troverà il modo di agire sul presente e sul futuro.

* * *

La presidenza Adorni, che prosegue il percorso tracciato da Spallino in otto anni di gestione, avrà il privilegio di festeggiare il cinquantesimo anniversario del Panathlon. Questo importante avvenimento, che consacra definitivamente la validità e l’importanza del verbo panathletico nel mondo dello sport, non fa ancora parte della storia del Panathlon, ma ne rappresenta la cronaca. Di esso si occuperà colui che avrà la fortuna e il privilegio di narrare i secondi cinquant’anni del Panathlon International.

| Pagina iniziale|